Francesco Saverio Nitti. Un meridionale europeista

Che Francesco Saverio Nitti sia sempre stato un po’ trascurato dagli storici è un fatto. Tant’è che i suoi pur brevi governi (1919-20) sono inclusi nel vasto capitolo dell’Italia Giolittiana. Eppure lo statista lucano lasciò una traccia indelebile nella storia del nostro Paese.

Economista e studioso di finanze di fama internazionale, Nitti fu europeista in anticipo sui suoi tempi e certamente fu uno degli esponenti più intelligenti e culturalmente preparati della sua epoca.

L’eredità più importante del cosiddetto “nittismo” è infatti legata indissolubilmente al binomio cultura e moralità. L’esempio che il grande statista lucano ci ha lasciato è un invito ad una democrazia senza compromessi. Non una “democrazia senza qualità” ma una democrazia “reale”, partecipata, in continua evoluzione.

Dei grandi uomini del passato (e Francesco Saverio Nitti lo è stato) siamo sempre tentati a scoprirne l’attualità. Dalle vicende spesso drammatiche del suo tempo (dal famoso viaggio di Zanardelli nella Lucania del 1902 al fascismo, dalla Costituente ai primi anni Cinquanta con la Riforma Agraria e i tre viaggi di De Gasperi in Basilicata) emergono frammenti di una storia che ripropone i grandi temi dell’economia, dell’emigrazione, del merdionalismo che furono – e in qualche maniera lo sono ancora oggi – “questioni” che si ripresentano sia pure in una prospettiva completamente diversa dal secolo scorso.

Non possiamo quindi dimenticare Nitti. Sia pure intransigente e spesso polemico (etichettava amici o nemici con sarcastica ironia) Francesco Saverio Nitti è stato uno statista di grande ingegno, capace di analisi politica e storica non comune.

Nitti? Un tecnocrate.

Sarebbe però oltremodo ingeneroso un giudizio sul grande statista limitandolo al suo sistema politico basato – questo è vero – sulla gestione dello Stato da parte di esperti e tecnici delle varie discipline.

Ma chi è stato veramente Francesco Saverio Nitti al quale è stata dedicata recentemente una fondazione.

Innanzitutto il suo “meridionalismo”. Un meridionalismo “moderno”, diverso da quello del suo grande maestro Giustino Fortunato (definito “l’uomo dalla tristezza meridionale”), proteso alla modernizzazione, all’industrializzazione, alla costruzione delle grandi infrastrutture (fu lui a far realizzare a Muro Lucano la prima grande centrale elettrica della regione).

Sembrerebbe scontato che un meridionale (Nitti era nato a Melfi nel 1868) sia poi stato un “meridionalista”. Tuttavia il suo meridionalismo lo aveva portato a studiare a fondo i grandi problemi del Sud. Infatti fin da giovane si era occupato di emigrazione collaborando con i grandi giornali napoletani e poi libero docente di economia politica prima e ordinario di Scienze delle finanze all’Università di Napoli a soli trent’anni si era impegnato a fondo sulle questioni economiche.

La sua analisi lo aveva portato a dimostrare che, a conti fatti, il Mezzogiorno aveva dato di più al Paese, in gettito tributario ma aveva ricevuto molto di meno in servizi e infrastrutture. “Per quarant’anni – scrisse – è stato un drenaggio continuo: un trasporto di ricchezza dal Sud al Nord che ha potuto così più facilmente compiere il suo progresso industriale”.

La politica

La sua carriera politica (fu eletto nel collegio di Muro Lucano) lo portò ad essere più volte Ministro e poi, nel 1919 presidente del consiglio. Durante il suo governo ci fu l’impresa di D’Annunzio a Fiume (che Nitti criticò aspramente), si verificarono gravi disordini nelle fabbriche, i primi tentativi di occupazione delle terre da parte dei contadini e soprattutto i pesanti problemi finanziari legati – per la prima volta nella storia d’Italia – all’inflazione.

Con l’avvento del fascismo Nitti prese la via dell’esilio in Francia e si dedicò alla stesura della sua opera più importante “Democrazia”.

Nitti tornò in patria solo dopo la guerra, nel 1946. Senatore nella prima legislatura democratica capeggiò a Roma il fronte delle sinistre nelle amministrative del ’53. L’anno della sua morte.

Strano destino, tuttavia, quello di Francesco Saverio Nitti: dopo aver dominato la vita politica ed economica del suo tempo è in qualche modo finito nell’oblio. Ci si era dimenticati di lui o meglio era stato lui stesso in vita, a volersi in qualche modo eclissare. Il ricordo che oggi abbiamo di lui  ( fra politici più colti di quell’Italia liberale) , è quello di considerarlo un uomo  profondamente, visceralmente, tenacemente ma forse anche ironicamente  un  illuminista democratico.

Conclusioni

A cinquant’anni dalla morte, nel 2003, si è ricordata con una serie di convegni a Parigi, Roma, Melfi e Potenza la figura di uno statista di grande rilievo nazionale e internazionale. Un ciclo di conferenze coinvolse diversi studiosi ed esponenti del mondo politico-amministrativo.

E’ tuttavia più che mai necessario riproporre, a livello studentesco, e più capillarmente sul territorio, una serie di appuntamenti che – attraverso per esempio la proiezione di documentari e interviste – serva a divulgare, a far conoscere il pensiero e l’opera di questo personaggio tra i più “lungimiranti” nella storia d’Italia.

Se è vero, com’è vero, che Nitti può essere considerato l’uomo politico che tentò di modernizzare l’Italia sarebbe un peccato richiudere il libro della storia per riaprirlo, magari, tra altri cinquant’anni in occasione del centenario dalla morte.

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